Il presidenzialista riluttante

Il discorso alle alte cariche dello stato  di Giorgio Napolitano, particolarmente esteso e impegnato, ha naturalmente provocato un’ampia serie di commenti e di considerazioni, che si sono concentrati soprattutto sulla critica del presidente alle formazioni politiche, che non hanno saputo utilizzare la fase di tregua promossa dal Quirinale con l’investitura di un governo tecnico “neutrale” per realizzare intese istituzionali e sulla legge elettorale.
18 DIC 12
Ultimo aggiornamento: 15:57 | 16 AGO 20
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Il discorso alle alte cariche dello stato di Giorgio Napolitano, particolarmente esteso e impegnato, ha naturalmente provocato un’ampia serie di commenti e di considerazioni, che si sono concentrati soprattutto sulla critica del presidente alle formazioni politiche, che non hanno saputo utilizzare la fase di tregua promossa dal Quirinale con l’investitura di un governo tecnico “neutrale” per realizzare intese istituzionali e sulla legge elettorale. L’altra chiave interpretativa del discorso presidenziale, analizzato ieri anche dal Foglio, verte su una delusione del capo dello stato per l’ipotizzata discesa in campo diretta di Mario Monti, che da creatura di Napolitano ora pretenderebbe di uscire dal suo “protettorato”. Queste e altre considerazioni, legate alle prospettive politiche immediate, colgono di certo qualche aspetto specifico dell’evidente preoccupazione del presidente. Applicandosi a un pensiero politico e istituzionale raffinato, e a un tempo tetragono, come quello di Giorgio Napolitano è però necessario distinguere le interpretazioni contingenti, che a volte appartengono più ai commentatori che al testo commentato, e provare a rintracciarne i fili più sottili.
Un aspetto centrale della riflessione del capo dello stato – quella sul carattere eccezionale della sua decisione del 2011, che non sarà ripetuta dopo le elezioni quando si tornerà alla normale dialettica politica e alla priorità dei mandati elettorali – è stato preso in considerazione soprattutto perché esprimeva la consapevolezza di Napolitano che toccherà a lui conferire l’incarico per la formazione del governo nella prossima legislatura. La particolare insistenza di Napolitano sull’eccezionalità della sua iniziativa dell’anno scorso, però, può avere un senso più ampio, ed esprimere la preoccupazione che il presidenzialismo di fatto che, per sua volontà, si è affermato nello scorcio della legislatura diventi un carattere permanente della vita istituzionale. Napolitano sa di aver spinto fino al limite l’interpretazione costituzionale della distinzione dei poteri. Anche il fatto che dopo l’annuncio delle dimissioni di Monti non ne abbia chiesto la formalizzazione e abbia proceduto a consultazioni informali, è un esempio di questa situazione.
Napolitano, però, non è un presidenzialista, ha una concezione sostanzialmente conservatrice del sistema dei contrappesi di una Repubblica parlamentare. Vive così una situazione complessa e una contraddizione tra gli atti che ha sentito il dovere di compiere, e che si configurano come la premessa di un sistema presidenziale, e la sua opzione per un ritorno (forse meno semplice di quel che si pensi) alla “normalità” parlamentaristica. Un successore meno equilibrato di lui potrebbe sfruttare il suo esempio per una ulteriore forzatura, oppure il permanere di uno stallo politico potrebbe spingere in quella stessa direzione. La denuncia dell’incapacità della legislatura che si conclude, come peraltro di quelle precedenti, di dare un assetto moderno ed efficace al sistema della decisione politica, rende magmatica questa materia e Napolitano, che ne è cosciente più di chiunque altro per averla dovuta maneggiare in situazioni particolarmente critiche, ha espresso la sua delusione e la sua preoccupazione.